La coscienza della fine

L’AUTORE

Ettore Schmitz, è uno scrittore italiano nato a Trieste. Trieste, è una città molto importante da ricordare per questo autore, perché qui fu condizionato dalla grande cultura mitteleuropea (Schopenhauer, Nietzsche e Freud).  Agli inizi della sua produzione letteraria, pubblicò qualche romanzo sotto lo pseudonimo di E. Samigli, poi mutato in Italo Svevo, il quale nome mantenne per pubblicare tutti i suoi successivi romanzi. Lo pseudonimo Italo Svevo rappresenta a pieno la duplicità culturale dello scrittore, per metà italiano (Italo) e per metà tedesco (Svevo).

Possiamo suddividere in tre blocchi la vita di Svevo:

  1. Il primo blocco, compreso tra il 1861 e il 1899, è il periodo della crescita e delle prime produzioni letterarie, principalmente romanzi. Le principali produzioni di questo periodo sono, oltre che a qualche opera teatrale e la collaborazione con il giornale “L’Indipendente”, due romanzi, i quali sono “Una Vita” (prima “Un inetto”) e “Senilità”.
  2. Il secondo blocco, compreso tra il 1899 e il 1918, è il periodo del così detto “silenzio letterario”, durante il quale si dedica soprattutto allo studio e al lavoro nell’attività industriale. In questo periodo, tra i vari viaggi, innanzitutto conosce Joyce, scrittore irlandese e insegnante d’inglese di Svevo. Da Joyce apprende anche la tecnica del monologo interiore, mentre inizia anche ad interessarsi di tematiche di più recente scoperta, come la psicanalisi di Freud.
  3. Il terzo e ultimo blocco, compreso tra il 1919 fino alla sua morte, avvenuta nel 1928, è il periodo durante il quale scrive il suo più famoso romanzo, “La Coscienza di Zeno", e produce le sue ultime novelle e opere teatrali.

 

IL PENSIERO

La cultura di Svevo non segue una corrente specifica, ma si è formata in seguito ai suoi intensi studi.

Nella sua cultura, degli autori studiati ha rifiutato l’ideologia complessiva, ma ha raccolto gli elementi critici e gli strumenti analitici. Per esempio di Darwin rifiutava l’ottimismo progressista, ma riprendeva l’analisi dell’evoluzione dell’umanità e di Marx rifiutava il marxsismo come soluzione sociale, ma accettava il socialismo come strumento di critica sulla civiltà. Invece degli autori del novecento come ad esempio Freud, rifiutava la psicanalisi come cura, ma l’accettava come strumento per conoscere se stessi (cosa ripresa anche all’interno de “La Coscienza di Zeno”). Invece di Schopenhauer rifiutava la “noluntas” (la rinuncia della personalità), ma accettava la denuncia degli autoinganni e di Nietzsche rifiutava il vitalismo dionisiaco, però accettava la pluralità dell’io.

 

L’OPERA

“La Coscienza di Zeno” è il racconto della vita di Zeno Cosini, più in particolare della sua nevrosi. Infatti il libro è una sorta di diario dove Zeno scrive tutto ciò che gli accade e tutto ciò che pensa. Tutto questo perché dopo essersi affidato a uno psichiatra, il Dottor S., Zeno segue il suo consiglio di scrivere un diario per poter curare la sua nevrosi. Questo progetto del diario però, non andrà a terminare bene. Infatti Zeno, credendo che un diario non lo possa curare, dopo aver fatto notare ciò al dottore, decide di abbandonare il tentativo di cura. Il Dottor S., per vendetta, decide perciò di pubblicare tutto ciò che Zeno ha scritto e di mostrare a tutti la sua nevrosi.

 

IL BRANO

“La vita è una malattia” è il brano con il quale si conclude il romanzo. In questo brano, Zeno afferma la sua guarigione e comunica al dottore il suo pensiero riguardo a questa tecnica di guarigione.

Subito il protagonista comunica che, contrariamente alle previsioni del dottore, lui è guarito, ma non grazie ai metodi da psicanalista. Infatti, la sua guarigione è dovuta al commercio ed è per questo che Zeno non vuole fare la psico-analisi e sente di non averne bisogno. La compravendita l’ha aiutato a superare la propria nevrosi, il commercio è la sua vera cura.

In seguito a ciò, inizia un monologo interiore, dove Zeno confessa che secondo lui la vita stessa è una malattia, la quale colpisce tutti gli uomini e non ha cura e perciò è sempre mortale. Poi medita sull’uomo stesso il quale potrebbe essere la causa stessa della propria scomparsa, perché gli animali si sono evoluti, ma per viver meglio in base hai proprio bisogni, quindi per avere vantaggi, mentre l’uomo non sempre ha sfruttato la sua evoluzione per vivere meglio. Infatti, con l’esempio dell’ordigno, Zeno dimostra la sua teoria. Secondo lui, le grandi menti che hanno inventato l’ordigno probabilmente l’hanno fatto per aiutare l’uomo, ma la nobiltà presente in chi li inventa spesso manca in chi li usa. Sempre secondo Zeno, questa evoluzione collegata alla malvagità dell’uomo potrebbe portare a una potenza tale degli ordigni tanto da portare alla distruzione dell’intero pianeta e lo sterminio dell’umanità.

 

CARATTERISTICHE DEL ROMANZO NEL BRANO

All’interno del brano “La vita è una malattia” possiamo trovare caratteri comuni all’intero romanzo e alla cultura di Svevo, per esempio l’argomento della psicanalisi, nome anche del capitolo all’interno del quale si trova il brano. Come Svevo crede, in questo brano troviamo il rifiuto da parte di Zeno della psicanalisi come cura, ma al tempo stesso, è pure accettata, come strumento di conoscenza personale dell’individuo.

Un altro aspetto è riconducibile all’influenza di Joyce su Svevo; Zeno, in questo diario, ragiona da solo su ciò che pensa e ha un dialogo con se stesso, attraverso il quale arriva a conclusioni generali. Questo è il così detto monologo interiore, introdotto da Joyce all’interno dei propri brani. Ma questa non è l’unica influenza, infatti, possiamo anche notare l’influenza darwiniana, la quale è utilizzata da Svevo per analizzare l’umanità, come si denota nella parte finale del brano.

 

L’ORDIGNO

L’ordigno che viene citato nel brano “La vita è una malattia”, è il simbolo della fine dell’umanità. Secondo Svevo, la vita stessa è una malattia, che affligge l’uomo in modo terminale, ma uno dei più grossi problemi dell’umanità è l’evoluzione. Per gli animali è positiva, per gli uomini non proprio. Infatti, con l’ordigno sottolinea la negatività di questa evoluzione continua, la quale può portare sia all’invenzione di oggetti che migliorano la vita di tutti i giorni, sia alla creazione di opere “malefiche” le quali diventeranno sempre più dannose. Dalla scoperta della polvere da sparo, la strada è stata tutta in discesa. Infatti, dalla creazione di piccole granate, i primi “ordigni”, l’uomo ha prodotto armi sempre più potenti fino alla nascita di ordigni capaci di creare una potenza inaudita. Seppure questa grande potenza sviluppata, inizialmente spaventasse l’uomo, successivamente si continuò a cercare di creare armamenti ancora più potenti e ancora più agili da maneggiare. Finché questi ordigni sono nelle giuste mani, non potranno mai fare del male a nessuno, ma appena anche uno solo di questi potentissimi oggetti finirà nelle mani sbagliate per l’uomo sarà la fine. Non si sa che uso potrà farne e non si possono prevedere le conseguenze del gesto. L’unica cosa certa, sarà la fine dell’uomo.

 

BIBLIOGRAFIA

Luperini R. Cataldi P. Marchiani L. Marchese F., il nuovo Manuale di letteratura, G.B. Palumbo Editore, Palermo 2014

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